Tutto è come sembra

Sono qui.

Solo pochi mesi fa stavo cercando in quel grande magazzino sul raccordo anulare di Roma la maschera per lo snorkeling d’accatto e d’incanto che pratico fin da bambino al mare d’estate, e ora sono qui. In un letto con la stessa identica maschera e il ventilatore che la riempie d’aria al posto mio. Piano, per non forzarmi a respirare oltre il consentito, e forte quando è necessario insufflare vita nei miei poveri mantici  sfiancati.

Ma non mi frega. Io respiro più forte. Con il pensiero, e ad occhi chiusi. E scivolo con il movimento delle gambe pinnate tra i banchi sterminati di poseidonia verde e marrone, tappeti che fluttuano e s’inchinano al mio passaggio e all’andirivieni dell’acqua sul fondo e  limpidissima tra gli scogli.

Mi diverto come sempre, o forse come mai prima, a cogliere il movimento argenteo di mormore e avannotti. Mentre granchi e polpi , non grandi ma vivacissimi, cercano di sfuggire al destino di prede che immaginano inevitabile. E’ nel dna delle prede, sentirsi vulnerabili. Per questo esiste la paura. È un sistema di difesa formidabile.

L’adrenalina ti formicola dal petto alle membra, e fuggi. Ti salvi, ti conservi, ti preservi. Ti abbarbichi con la mente alla volontà di sfuggire alla morte, e scivoli via veloce e irraggiungibile. Perché la voglia di vivere della preda è più forte della necessità di mantenersi accettabilmente in vita del predatore. Unica possibilità ,la tua, una tra mille altre quella del cacciatore.

Si cede solo se il predatore ti entra come destino nella mente. Il destino non esiste. È’ un’invenzione. Dei deboli, delle prede. Me lo ripeto ad ogni rantolante respiro , e navigo incurante degli aghi. Sono dei ricci mi dico. E’ pieno di ricci, tra la poseidonia. I neri sono maschi. I viola le femmine. Acutissimi imprevisti e innocenti nel loro trafiggerti inesorabile all’improvviso, solo scostando imprudentemente le piante con una mano.

Ma io resisto, sempre ad occhi chiusi. Perché l’oscurità mi nasconde alla vista acutissima del nemico. E non sono io ad accecarmi così, ma è il nemico a perdermi. Tra i riflessi giocherelloni del sole giallo-verde-azzurro delle piccole onde subacquee, mi riprometto di riemergere. Solo un attimo. Per soffiare e riempirmi di nuovo d’aria . Perché ora l’importante è con-vivere con il respiro, sincronizzando quello volontario con quello automatico del respiratore. E’ un po’ come la convivenza obbligata durante la quarantena, prima della febbre. In un sottilissimo vitale gioco di equilibrio.

Tra l’affermazione dei rispettivi “ego” a discapito l’uno dell’altro e divergenti, ma indissolubilmente legati all’obbligo vitale di tregue convergenti.  Se vince l’inspirazione, l’espirazione è una liberatoria esaltante vittoria, preludio alla successiva promessa d’aria. Dentro e fuori, dentro e fuori. dentro e fuori. Così, fino all’ultima stilla di forza, di accettazione d’aiuto offerto , che sento nella presenza liquida dei medici e infermieri intorno a me. Mi lacrimano gli occhi. Sarà solo perché ho scelto, finalmente. Di vivere, certo. E di riemergere vittorioso con una pinnata vigorosa nel sole, urlando di gioia.

Della forza e altre ipocrisie

Se mai un giorno vi capitasse di esser fieri e orgogliosi di voi stessi, diffidate. Perchè l’autocelebrazione ad ogni livello e sotto tutti gli aspetti è fermarsi. La soddisfazione è una carezza . E non può essere un fine, ma lo splendido strumento della vita vera.. Auguro a tutti i deboli ogni bene, perchè della loro sofferenza son fatte le fondamenta della felicità dei forti.